Cronache oggi



Per proseguire quanto iniziato nelle prime pagine di questo blog, stavolta parto da due notizie di cronaca. 

Il primo episodio è accaduto l'11 ottobre a Napoli, ieri notte, nella piazza del "quartiere bene" Vomero: "È accaduto in piazza Vanvitelli, l'uomo aggredito dal branco è finito sulla carreggiata mentre passava il mezzo pesante",  raccontava ieri il giornale online NapoliToday. "Interviene per difendere la figlia e viene aggredito: uomo ferito ad una gamba", riporta invece Lo Strillone, altro giornale online. «Secondo le prime ricostruzioni, tutto sarebbe iniziato quando una ragazza è stata infastidita da un giovane. Il padre, accortosi della situazione, sarebbe intervenuto per proteggerla. A quel punto, però, l’uomo sarebbe stato aggredito da un gruppo di ragazzi presenti nella piazza», secondo Retenews24.

Rapidamente la notizia si è diffusa dentro e fuori città, conferma unanime dell'intollerabile violenza dei giovani, della pericolosità della strada nella nostra città e quindi del fatto che la priorità è una soltanto: la sicurezza, in famiglia quanto nel pubblico. Tenere il più possibile i figli in casa, o quantomeno in situazioni strettamente controllabili (scuola, corsi, calcetto, ecc.), e spingere le istituzioni a potenziare pene, controlli di polizia e misure repressive finiscono per sembrare, ancora una volta, le uniche cose davvero necessarie per ogni genitore dotato di buon senso.

Tutti noi siamo infatti sempre più terrorizzati dai racconti di cronaca: tra accoltellamenti, furti, risse, armi e altro, sembra davvero che «fuori» sia un inferno. Bombardato da così tragiche notizie, il nostro «bambino interiore» (la parte bambina che è in ognuno di noi, quella più fragile e anche più vitale) va del tutto in tilt e non desidera altro che un genitore «potente» che lo protegga.

Molto meno spazio nel dibattito pubblico  occupa  invece la seconda notizia che mi è sembrata non meno  importante, anch'essa circolata negli ultimi giorni. 

Questa volta proveniente da Firenze, precisamente dal reparto psichiatrico dell'ospedale Meyer. "Salute mentale, nuovo picco di ricoveri al Meyer: 18 adolescenti in ospedale.   Nelle scorse ore 18 adolescenti tra i 14 e i 17 anni sono stati ricoverati d’urgenza per gravi disturbi psichiatrici, tra cui ideazione suicidaria, agitazione psicomotoria e tentativi di suicidio (...).È il terzo picco in poco più di un mese.  Secondo la responsabile Tiziana Pisano, dal 10 settembre il reparto registra costantemente due o tre ricoverati oltre la capacità ordinaria". Da RaiNews Toscana nella sua versione online l'8 ottobre 2026.  Un allarme ben più silenzioso ma che, secondo i dati, sembrerebbe coinvolgere un numero ben più ampio di minori in tutta Italia. 

Sono due notizie indiscutibilmente tristi, drammatiche, probabilmente senza alcuna comparabilità possibile, e forse non sarebbe nemmeno giusto metterle in correlazione come sto facendo io in questo articolo. Scelgo di farlo, però, perché sembrano davvero gridare quello che succede nella realtà e che, incredibilmente, rimane però per lo più invisibile.

Mentre la prima notizia ha fatto clamore e si è diffusa rapidamente, la seconda rimane quasi solo per gli addetti ai lavori. Quella dell'aggressività che implode, che si rivolge verso l'interno anziché verso l'esterno, è una realtà da sempre esistita e che riguarda tutte le età. Ma nell'adolescenza sembra oggi prendere dimensioni davvero importanti, che meriterebbero ben altre attenzioni. E non solo quando prendeono vie più eclanti, come nella più nota (e spesso abusata) sindrome di  Hikikomori.

Tra quelli che ne hanno parlato meglio e più diffusamente c'è lo psicoterapeuta Matteo Lancini, in particolare nel libro "Sii te stesso a modo mio. Essere adolescenti nell'epoca della fragilità adulta ", Milano, 2023, Raffaello Cortina Editore, collana "Temi". Quel  testo ci aiuta bene a capire quanto, a differenza dei comportamenti devianti o apertamente aggressivi, il ritiro sociale, l'autolesionismo, la somatizzazione e l'ideazione suicidaria rappresentino forme di sofferenza in cui l'aggressività viene rigirata contro il proprio corpo e la propria mente. In quanto silenti, rimangono spesso inosservate e quindi trascurate.  Dai dati a disposizione, sembrerebbe invece che a doverci preoccupare davvero debbano essere questi  tipi di risvolti che il malessere giovanile può  prendere. E che il vero pericolo non è la sicurezza del "fuori casa", ma l'illusoria sicurezza del "dentro casa". 

Quella che vince, come sempre, è la narrativa prevalente, il racconto che degli eventi si fa. E il racconto in genere è sempre quello degli adulti, il loro sguardo è l'unico a dipingere il campo.  Nel terribile episodio di piazza Vanvitelli,  ad esempio, senza nulla togliere a polizia e magistratura (cui spetta il compito di ricostruire i fatti reali) mi ha colpito che a passare sulla stampa sia stata una sola delle tante versioni circolanti tra chi era presente in piazza quella sera. Quella cioè che metteva al centro  1) l'esistenza di un branco (terribile parola)   2) la crudeltà di quel branco, inducendo quasi a pensare che questo branco fosse anche  il diretto responsabile della terribile sorte della gamba del malcapitato. Ribadisco che non sta a noi stabilire chi abbia la «colpa», soprattutto perché non so niente né dei ragazzi né del papà,  l'unica cosa che posso fare è provare il massimo rispetto per il dolore che hanno dovuto portare a casa dopo quella tragica sera, facendo i più sinceri auguri di guarigione a quel papà. Mi colpisce, però, che su nessuna testata  sia riuscito a trovare la voce dei ragazzi presenti quella sera, soprattutto  di quelli non coinvolti nella vicenda (in piazza, a quell'ora, c'era tantissima gente e in tanti non hanno avuto niente a che fare con quanto successo). Ribadendo ancora una volta che non mi interessa  proporre qui ricostruzioni alternative né stabilire responsabilità, ma  interrogarmi su come una vicenda così complessa finisca per essere raccontata attraverso versione interpretativa, mettendo da parte  le altre  raccontano i fatti in maniera piuttosto diversa. Versioni  dove  il focus narrativo  più che essere sul branco, è sul tragico e fortuito avvento del camion dell'immondizia, passato nel preciso istante in cui sarebbe stato molto meglio che non lo avesse fatto. 

Poco contano i dettagli, quella che è passata insomma è la notizia dell'assalto del branco di giovani violenti.

La nostra mente fatica a vedere il nuovo, tendendo a mettere tutto nei circuiti neuronali del già noto. In questo modo facciamo meno fatica e riusciamo a fare «in automatico» la maggior parte delle cose della nostra giornata. Allacciarci le scarpe e collocare un'informazione in una delle nostre «scatole» mentali funzionano pressappoco allo stesso modo. Finisce così che qualsiasi episodio che riguardi i giovani vada sempre più automaticamente a finire nella casella "giovani = violenza, branco, pericolo, degenerazione e... in che tempi viviamo!". Aumentando il nostro bisogno generalizzato di sicurezza, (oggi parolina magica perchè come poche altre può far vincere le elezioni)

E purtroppo sono davvero poche le occasioni in cui un adulto può raccogliere informazioni diverse da queste. Fuori dalle occasioni  di ascolto professionali, è davvero difficile che un «non giovane» scelga di  mettersi in ascolto di un ragazzo o di una ragazza senza giudizio e senza aspettative, positive o negative che siano. Finendo per vedere e ascoltare l'idea che di lui o di lei già aveva nella testa. 

Quasi mai lo fa la stampa, qualche volta la lettura e il cinema. Forse per questo potrebbe valere la pena andare a vedere "Rider ", film diretto da Roan Johnson e Dade (storico bassista dei Linea 77) e uscito nelle sale l'8 ottobre 2026, dopo essere stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Un film che magari cinematograficamente può lasciare qualche dubbio, ma che ha appunto la volontà di entrare nel mondo dei giovani, tentando di farlo non dal punto di vista degli adulti. Un film che ha il merito di far vedere quanto, anche in un mondo di sfacelo e desolazione, «i giovani» riescano comunque a trovare la possibilità di essere veri e ancora vivi, nella meravigliosa possibilità di essere più che amici, sodali intimi con i propri coetanei. Quasi  fossero gli unici viventi in un mondo che la vita sembra averla rinnegata.

Invidia?






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